Gli individui “incorporano” il disagio sociale?

L’epidemia dell’ADHD: concezione biomedica e antropologica a confronto

L’articolo intende rispondere alle seguenti domande: qual’è l’origine dell’iperattività, che è sempre più diffusa tra i bambini? Un bambino si ammala di ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder) quando si instaurano nel cervello meccanismi patologici tali per cui alcune aree del cervello smettono di funzionare (versione biomedica) oppure ha a che vedere anche con le trasformazioni sociali in atto? Perché ho scelto di trattare in questo articolo proprio della sindrome ADHD? Perché ritengo che nessuna malattia come la ADHD tocchi così tanto da vicino i cambiamenti culturali che stiamo vivendo.

In una prospettiva antropologica i concetti di salute e malattia vengono messi in relazione con il contesto culturale in cui si producono e danno vita a nuovi approcci e riflessioni. 

Alcuni antropologi hanno messo in evidenza come gli individui possano per così dire “incorporare” il disagio sociale dando luogo a patologie di vario genere. Interessante lo studio dell’antropologo Michael Taussing (1990) durante le repressioni militari in Brasile, (anni 70’ e 80’) in cui le donne venivano fatte sparire dai militari e dalla polizia. L’antropologo nota come questi episodi causarono una vera e propria epidemia di nevrosi e attacchi di pachi. Il corpo divenne uno strumento per “resistere” alle autorità brasiliane e un modo per esprimere pubblicamente il disagio. 

Vi sono altri esempi che mettono in evidenza come possa essere il contesto culturale a modellare la malattia. In Occidente prevale nettamente il paradigma biomedico, l’idea cioè che lo stato di malattia fisica abbia solo cause di tipo organico, ossia biologico. Ne consegue dunque l’dea che l’efficacia di una cura possa dipendere esclusivamente dall’assunzione di certi farmaci e di concentrare la terapia solo sulla parte del corpo nella quale si manifesta la sofferenza senza tener conto delle complesse interrelazioni tra le parti del corpo. Il paradigma biomedico non tiene neanche conto del contesto in cui la malattia si è manifesta. Michel Foucault (1926-1984) scriveva che il corpo degli umani è sempre “culturalmente disciplinato”. Cosa significa? Significa che il corpo è culturalmente orientato: proviamo ad immaginare a come ci sediamo in un certo modo a seconda del luogo in cui ci troviamo e a seconda delle persone che abbiamo di fronte, a seconda delle situazioni ostentiamo o nascondiamo il nostro corpo, il modo di portare il cibi alla bocca, o di assumere determinate posture quando parliamo ecc. sono comportamenti che non si attuano allo stesso modo in tutte le culture. I corpi sono disciplinati in base a ciò che una società ritiene siano comportamenti corretti, adoperandosi per plasmare i loro membri. 

E dunque, la cultura di una certa società, in un dato momento storico, può influenzare la comparsa di precise patologie e in particolare dell’ADHD? Perché ho scelto di trattare in questo articolo proprio della sindrome ADHD? Perché ritengo che nessuna malattia come la ADHD tocchi così tanto da vicino i cambiamenti culturali che stiamo vivendo.

La psichiatria insiste nel voler proporre un paradigma biomedico rigido, rintracciando solo le cause organiche, solo le anomalie neurobiologiche, radicate in specifiche disfunzioni cerebrali. In realtà, ci sono grosse lacune da parte dei psichiatri, i quali non definiscono del dettaglio quali siano le zone cerebrali incriminate, né ci spiegano con precisione come funziona il cervello in un bambino con ADHD e le differenze da come invece funziona un cervello normale. Ad ogni modo, personalmente ritengo che ci siano molti fattori culturali in gioco e che questa patologia sia strettamente connessa alla società in cui viviamo. Non credo che l’origine di questa patologia sia da ricercare esclusivamente nei neuroni. Basta uno sguardo attento per rendersi conto che viviamo in un mondo “accellerato”, siamo sempre di corsa, sommersi da urgenze, abbiamo spesso la sensazione che “ci manchi il tempo”, dormiamo poco, mangiamo in fretta e facciamo più cose contemporaneamente (multitasking). I programmi televisivi propongo sempre più spesso intrattenimenti incentrati sulla violenza e l’iperstimolazione. Non è allora probabile che tutti questi fattori sociali e culturali abbiano a che fare con una crescente incapacità dei bambini a mantenere l’attenzione, la concentrazione e l’autocontrollo? Non è allora possibile che le nuove generazioni stiano “incorporando” il disagio sociale e che l’ADHD sia la manifestazione di un disagio psicologico in risposta alle pressioni della società? Così come lo erano le nevrosi studiate dall’antropologo Michael Taussing in Brasile durante le repressioni militari? “Non ha forse di gran lunga senso” scrive il neuropsichiatra Stefano Benzoni nel suo libro “ipotizzare che la patologia per eccesso di accellerazione dei figli sia la necessaria conseguenza di una società stanca e accellerata?” Avendo coscienza che l’attenzione della psichiatria per gli aspetti cross-culturali è lacunosa, siamo così certi che i bambini di oggi diventano ipercinetici e disattenti perchè “affetti da una malattia dei neuroni determinata geneticamente, indipendente dai fattori socio-culturali?”

Embodied Cognition
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Chiara Picchietti

Pedagogista e specialista DSA

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