educazione

Con l’arrivo di Settembre e la ripresa delle attività in campo educativo/pedagogico è necessario rispolverare alcuni importanti testi affinchè ci aiutino nella ripresa delle sfide educative quotidiane.

Tutti noi, che abbiamo a che fare con l’educazione, i bambini e l’essere umano in generale (genitori, professionisti, pedagogisti, educatori…) ci dobbiamo ricordare di essere di fronte alla complessità, e dunque di attivare, ogni qualvolta sia possibile, modalità di approccio olistiche, ecologiche, multidimensionali e multidisciplinari.

Mi ha sempre affascinato il PARADIGMA DELLA COMPLESSITÀ,  così come è stato teorizzato dal grande filosofo e sociologo Edgar Morin. Ne ripropongo qui una breve sintesi, con l’augurio che l’essere consapevoli della complessità in cui siamo immersi, possa guidare con maggiore consapevolezza le nostre azioni educative.

 

Nei “I sette saperi necessari all’educazione del futuroMorin spiega in che modo poter educare ad una conoscenza multidimensionale. I contenuti multidisciplinari, vanno affrontati partendo da un problema che li mette in relazione.

Il paradigma della complessità nasce in seno alla ricerca scientifica, è stato poi recuperato dalle scienze sociali per spiegare il mondo sociale contemporaneo e per dare una nuova lettura alla questione educativa.

L’esponente del paradigma della complessità applicato alla pedagogia è il filosofo e sociologo francese Edgar Morin, secondo il quale la NOSTRA SOCIETÀ È CARATTERIZZATA DA INCERTEZZA E IMPREVEDIBILITÀ.

La logica classica non può essere applicata al mondo psichico e sociale. La logica classica serve a spiegare una parte del mondo inanimato che si distingue per la sua semplicità, non il mondo dell’uomo, che si distingue per la sua complessità.

Per avvicinarsi alla complessità del mondo umano, bisogna aspirare ad abbracciare questo mondo nella sua globalità, attraverso un approccio multidimensionale. Il sapere parcellizzato e specializzato impedisce un approccio reale alla complessità. L’iper-specializzazione impedisce di vedere il globale, di inserire i problemi particolari in contesti globali.

Dott.ssa ma perché mio figlio si comporta così? Perché questo alunno non sta mai fermo? Perché legge così male? Qual’è la causa di questo disturbo/sindrome/patologia? Perché? Perché? Perché?”

Spesso mi vengo posti questi o altri simili quesiti, da parte di genitori, insegnanti….alla ricerca di una spiegazione, di un perché o piuttosto di un capro espiatorio. Altrettanto spesso mi ritrovo a non saper rispondere con certezza su quale sia “la causa” (perché nella complessità dell’essere umano, non esiste mai un unica causa) e questo mio atteggiamento viene male interpretato come mancanza di preparazione e/o competenza.

Vorrei a tal proposito invitare a diffidare di quei professionisti che sentenziano con certezza le diagnosi (a parte in campo strettamente medico). Perché sostengo questo?

Perché in riferimento al paradigma della complessità, sopra sinteticamente esposto, in ambito educativo siamo di fronte alla complessità dell’essere umano, la questione della ricerca della causa (eziologia) di stati patologici, sindromi, di comportamenti o stati disfunzionali, è altrettanto complessa. Il concetto di causa primaria è ormai debole, si parla piuttosto di un eziologia multifattoriale. Più cause (ambientali, predisposizione del soggetto, genetiche, familiare…) concorrono insieme nel determinare un disturbo/sindrome. 

Uta Frith, nel suo testo: “L’autismo. Spiegazione di un enigma” preferisce parlare di interazione fra fattori biologici, genetici e sociali e propone il modello di una LUNGA CATENA CAUSALE, dove il sintomo rivela la doppia natura di causa ed effetto (Es: la mancanza di tono muscolare determina lentezza motoria che determina impaccio che può determinare vergogna che può determina ecc….).

La complessità non è per definizione semplificabile, l’essere umano è complesso, in campo educativo possiamo risalire la catena causale alla ricerca di cause primarie, ma non vi è mai un unica e sola causa.

È pertanto nostra responsabilità professionale formare le menti alla complessità.

Bisogna formare le menti alla complessità
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Chiara Picchietti

Pedagogista e specialista DSA

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