A volte le vittime se lo meritano.

Questa è una percezione distorta. Pensare che le vittime se lo siano meritato, perché sono provocatorie o perché sono troppo diverse dai compagni, è un’idea sbagliata! Il bullismo non è un modo per farsi giustizia nei confronti di chi ci infastidisce, ma è invece una forma di attacco e di umiliazione dell’altro. Il bullismo si qualifica come un tipo di aggressione “proattiva” piuttosto che “reattiva”: non si tratta cioè di una risposta aggressiva a delle provocazioni da parte delle vittime (che non sarebbero comunque giustificate!), bensì di un comportamento diretto da precisi scopi. L’aggressività proattiva è costituita da azioni aggressive non provocate ma dirette a ottenere qualcosa di specifico, mentre l’aggressività reattiva si manifesta come risposta ad eventi che l’hanno in qualche modo scatenata. 

Quello del bullismo è un problema di grande attualità in questo momento storico. Nei quotidiani spesso vengono presentati i casi di maltrattamento un ricatto che implicano gravi conseguenze per le vittime. La scena di queste azioni è molto spesso la scuola, dove la prevaricazione può manifestarsi attraverso l’aggressione fisica, le offese verbali, le umiliazioni, le minacce, fino all’esclusione dal gruppo, con l’intento di ferire e recare un danno materiale o psicologico al compagno o alla compagna.

Che cos’è il bullismo?

Una breve definizione che centra le caratteristiche essenziali del fenomeno può essere: “un abuso sistematico di potere” che può avvenire in ambienti diversi, in famiglia, nella scuola o sul posto di lavoro.”

Bisogna innanzitutto distinguere il fenomeno del bullismo da sporadici atti di violenza e/o di aggressione, il bullismo infatti è una forma di comportamento aggressivo caratterizzato dalla ripetizione nel tempo, si presenta pertanto come un comportamento che si manifesta più di una volta.  Non possiamo etichettare inoltre come bullismo comportamenti gravi, che hanno una natura che va al di là dei fenomeni scolastici, quali ad esempio: attacchi gravi con armi, coltelli, forme di molestia severa o di abuso sessuale, questi infatti sono veri e propri crimini e come tali devono essere affrontati dalla polizia e dalle autorità giudiziarie.  

Uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto, ripetutamente nel corso del tempo, alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o di più compagni.

Olweus, 1993

Dalla definizione di Olweus si evince che ciò che caratterizza il bullismo è l’intenzionalità, la continuità nel tempo del comportamento prevaricatorio e la difficoltà della vittima a reagire e a difendersi.

Con quali modalità si manifesta il bullismo?

Le forme di aggressività e di bullismo cambiano a seconda delle diverse età e del sesso dei bambini. 

Inizialmente in letteratura sono state sottolineate soprattutto le modalità fisiche e verbali di aggressione e solo più tardi si è riconosciuta l’importanza delle modalità di prevaricazione indirette o psicologiche. Sinteticamente possiamo distinguere tra: prepotenze dirette e indirette. Le prepotenze dirette possono essere sia di tipo fisico (colpi, pugni, calci) sia di tipo verbale (minacce e offese). L’aggressività indiretta invece è una manipolazione sociale, che consiste nell’usare gli altri come mezzi per attaccare piuttosto che attaccare in prima persona (l’esclusione dal gruppo e la diffusione di calunnie suoi compagni), sono prepotenze più nascoste e sottili, e per questo più difficili da rilevare. Nei maschi sembrano prevalere le prepotenze di tipo diretto, soprattutto di tipo fisico, le femmine invece mettono in atto più spesso prepotenze di tipo indiretto (Menesini, 2000). 

Il bullismo inoltre è un processo di gruppo, che coinvolge non solo i bulli e le vittime, ma anche gli assistenti dei bulli, i rinforzi, gli spettatori e i difensori delle vittime. Il bullismo è ispirato a precise dinamiche di gruppo, in cui l’indifferenza e il silenzio dei compagni possono essere tanto dannosi quanto la prevaricazione del bullo e la debolezza della vittima. 

Il mondo è un posto pericoloso, non a causa di coloro che fanno del male, ma a causa di coloro che guardano e lasciano fare.

A. Einstein

Le difficoltà delle vittime. Perché soffrire in silenzio?

Il bullismo rimane ancora in gran parte un fenomeno sommerso, dato che una percentuale allarmante di bambini/ragazzi vittimizzati non parla con nessuno dei suoi problemi. 

Gli adulti sono consapevoli soltanto di una piccola parte degli atti di bullismo praticati tra coetanei e, sebbene i bambini siano testimoni degli episodi di aggressione, sono spesso riluttanti a intervenire o a informare un adulto. Il 50% circa dei bambini vittime dichiara di non averlo detto né agli insegnanti né ai genitori. Perchè?  È possibile che a volte i bambini non si rendano conto di essere vittime di atti di bullismo, oppure quando ne sono consapevoli è possibile che temano una ritorsione da parte dei loro aggressori o ancora è possibile che non abbiano fiducia nell’aiuto che può loro venire da parte della scuola o in famiglia. È necessario identificare i bambini/ragazzi che sono vittime silenziose e trovare i modi di renderli capaci di avvalersi di quell’aiuto di cui così disperatamente hanno bisogno.

La percentuale di vittime silenziose sono più basse nelle scuole che si impegnano in una chiara politica globale anti-bullismo. Il silenzio delle vittime può essere un fattore di rischio letale.  

Il bullismo esprime un disagio grave, una sorta di crisi esistenziale che attanaglia il bullo il quale reagisce attraverso comportamenti trasgressivi che trovano espressione nella prevaricazione della vittima e nell’aggressività verbale. Le diverse manifestazioni comportamentali del bullo dipendono essenzialmente dalla sua scarsa capacità di socializzazione a sua volta determinata da una sorta di indifferenza emozionale e affettiva che ostacola qualsiasi atteggiamento collaborativo o solidale.

Le difficoltà della lotta al bullismo sono strettamente connesse alla complessità del fenomeno, alla molteplicità dei fattori interni ed esterni che lo causano.

Il fenomeno viene spesso sotto-stimato dagli adulti: la convinzione che i conflitti tra i ragazzi debbano essere risolti tra loro, il non preoccuparsi delle conseguenze di certe azioni partecipando scherzosamente fanno sì che questo problema si diffonda senza essere contrastato e limitato.

Stop Bullying

L’aggressività e la violenza, fanno parte dell’essere umano?

L’aggressività è una componente antropologica, fa parte dell’essere umano come principio dell’autodistruttività e della distruttività dell’altro. Tra le emozioni primarie, che fanno parte del patrimonio genetico dell’essere umano vi è anche l’ira, la rabbia, l’aggressività. Spesso non possiamo scegliere quali emozioni provare, ma possiamo scegliere cosa farne di queste emozioni, come agirle e dove canalizzare. È qui che deve intervenire l’educazione. Non possiamo scegliere quali emozioni provare, possiamo però imparare a gestirle. La gestione delle emozioni non ci è donata come dote naturale: si apprende!

Nessuno di noi è completamente “buono”, la malvagità, nel senso di aggressività, pensieri “cattivi”, istintualità, è comunque parte della nostra personalità e non serve a molto tentare di soffocarla, meglio piuttosto integrarla con il resto e canalizzarla verso un fine utile e costruttivo.

R. Ricci.

Ci si augura che in un prossimo futuro crescano gli interventi che mirano a riconoscere il fenomeno e farlo emergere a scuola e in famiglia.

Bullismo: a volte le vittime se lo meritano!

Chiara Picchietti

Pedagogista e specialista DSA

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